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Quando tutto cambia

Me in uno specchio di cartone

Questo articolo non sarà di ricerca, non sarà sul femminismo. Non sarà professionale. Questo articolo sarà me, così, come viene, senza correzioni e senza troppe attenzioni al SEO e a quelle parole brutte che ho imparato a riconoscere ma che, di certo, non ho mai studiato.

Oggi, mentre scrivo, si conclude il mio primo mese di lavoro all’Università di Vilnius. Qualche giorno fa è stato il primo mese dal mio trasferimento.

Ed è stato difficilissimo. Non mento, ancora lo è. Per fortuna a creare una routine, se sei obbligata, basta poco. E così i piatti sono sempre puliti, la camera è sempre in disordine (perché certe cose non cambiano). Il sabato mattina si pulisce casa e si va a fare la spesa. Ma c’è tutto il resto.

Il resto fatto di persone che non parlano la tua lingua (o, forse, sarebbe meglio dire che io non parlo la loro), che hanno abitudini diverse dalle tue, tipo cenare all’ora in cui si fa merenda. Fatto dell’attesa di notizie da casa, quella vera, quella a Roma, non questa qui in affitto. Fatto di un fuso orario di una sola ora che fa sì che alle 8 di mattina sei piena di energia mentre il resto del tuo mondo si sta ancora svegliando. Fatto di una connessione internet a casa che non arriva e che non sai come gestire perché anche i tecnici parlano una lingua diversa.

Tatuaggio e computer con adesivo di valigia con testo "life is short the world is wide, I want to make some memories""

Fatto della differenza fra essere considerata un’expat mentre i tuoi conoscenti che non sono bianchi come te sono immigrati.

Ma fatto anche di persone interessate alla tua ricerca. Quella che ti ha portata a 2303 kilometri da casa. Persone che, come te, si trovano ad affrontare il diluvio universale il 29 di luglio mentre, di solito, a Madrid, a Roma, a Barcellona devi cercare di non scioglierti anche con l’aria condizionata.

Fatto di orari di lavoro che ti vedono entrare alle 9.00 e uscire alle 17.00, con la possibilità di uscire, passeggiare, andare in libreria, prendere un caffé anche durante la settimana. Fatto di eventi per conoscere persone nuove e di cene al ristorante da sola. Fatto di Deadpool e Wolverine visto in inglese con i sottotitoli in lituano.

Scorcio in Uzupis, Vilnius

Fatto di giorni interi passati a leggere paper su pregiudizi e stereotipi, prendendo appunti su tutte quelle idee in più che ti vengono in mente, messe da parte per riprenderle mentre sarai impegnata a fare altro.

Fatto di giorni – come oggi – in cui tutto sembra bellissimo, facile, rilassante e positivo. Ma fatto anche di giorni in cui vuoi solo stare nascosta sotto le coperte (sì, dormo con la coperta!) e aspettare che le persone che ami vengano a trovarti per farti compagnia perché non sei abituata a tutto questo tempo libero, a scegliere tu come lavorare e quando, ad essere tu a dover essere costante perché non c’è nessuno che ti chiederà di rendicontare cosa hai fatto o cosa stai facendo: sei una ricercatrice, ora, non una dottoranda, non un’assegnista. Devi essere capace di gestirti, di organizzarti. Devi capire i tuoi punti di forza e ciò che ancora devi studiare. E non hai limiti, nel farlo. Puoi scegliere e orientare il tuo sentiero come meglio vuoi.

Hai la tua vita in mano, sotto il tuo totale controllo. Ogni fallimento dipenderà da te.

Ma anche ogni successo.

Essere Costanti sul web, quanto è necessario?

È ormai più di un anno che ho aperto questo sito. Il primo articolo risale a fine marzo del 2023. Da allora ho pubblicato otto articoli. Meno di uno al mese. In una società in cui ci dice che essere costanti è fondamentale per raggiungere i propri obiettivi, ho avuto dei momenti in cui ho pensato che il mio esperimento con un sito web personale sia stato un fallimento.

Ma è davvero così?

Nel corso degli ultimi tredici mesi (ma anche un po’ di più, se andiamo a vedere bene) la mia vita è stata un turbinio di cose. Non sempre belle. Non sempre brutte. Cose che succedono.

Cose, però, che accadendo tutte insieme mi hanno fatto perdere la bussola. E non con l’accezione figurata di perdere la calma. Ho proprio perso gli strumenti che mi hanno sempre permesso di orientarmi.

Il mio lavoro, per questioni familiari, si è spostato prevalentemente (se non totalmente) online, rendendo più difficile organizzare riunioni con chi lavora con me perché in presenza c’è sempre qualcosa da fare in un luogo che non sia il laboratorio. Ma al lavoro solito se ne sono aggiunti altri e se ne stanno aggiungendo altri ancora. Ci sono state attese di concorsi, risultati di analisi, partecipazione a bandi per progetti. Nulla di nuovo rispetto agli ultimi quattro anni di lavoro.

Eppure, è come se fosse tutto diverso

Quella sensazione di perdere la bussola di non riuscire ad essere costante nelle cose che faccio, è tutta nella mia testa. Se vado a vedere ogni risultato, preso singolarmente, non è cambiato nulla con gli anni precedenti (sì, a parte la mia voglia di lavorare in presenza che prima era scarsa e ora non vedo l’ora di tornare in università). Si sono aggiunte cose. Molte sono cambiate. Eppure continuo a fare tutto quello che facevo prima. Essere costanti, sì. Ma alle regole di chi?

Se i risultati sono sempre gli stessi. Se gli obiettivi vengono soddisfatti. Chi è a decidere cosa debba significare per noi la costanza? E qualora fossimo incostanti, se il nostro modo di agire portasse ugualmente a risultati? E se lo facesse nei tempi preventivati?

L’incostanza sul web

Se avete provato ad aprire un sito web e lo avete fatto senza improvvisarvi (troppo), avrete letto articoli sul SEO, su come pubblicizzarsi, su tante cose. Ecco, nella maggior parte dei casi il trucco per il posizionamento è proprio la costanza. Quella che, per un sito web, a me manca. Lo so, l’ho sempre saputo e credo che sarà sempre così. Ma la verità è: mi interessa posizionarmi? Quali sono i miei obiettivi? Perché esiste un sito come questo?

Parlare di intersezionalità. Avere uno spazio privo di giudizio per me e per le persone che leggono. Pubblicizzarmi e posizionarmi non mi interessa. Nell’ordine delle cose, non sarà mai una priorità.

Essere costante per me è importante nella ricerca contro la violenza basata sul genere. È importante nella formazione personale per poter insegnare nei corsi che mi sono stati affidati. È importante nell’ascolto delle vittime. È importante nello scoutismo. È importante nel prendere una pausa e andare a danza. E non possiamo essere costanti ovunque. Specialmente se nella nostra giornata abbiamo tanti – troppi – tasselli.

Essere costanti serve, ma il dove lo scegliamo in base ai nostri obiettivi.

Cura si sé: le sfide per le comunità marginalizzate

Abbiamo visto nel precedente articolo l’importanza del prendersi cura di sé come forma di autodeterminazione per le comunità marginalizzate e, in particolare, donne e LGBTQIA+ e, come anticipavo nello stesso articolo, per poter sviscerare il tema nelle sue diverse sfaccettature, ho preparato diversi articoli, come una piccola “serie” per approfondire il tema senza rischiare banalizzazioni.

Parliamo di “Autocompassione”: cos’è

L’autocompassione è una pratica essenziale che favorisce la resilienza, il benessere emotivo e l’accettazione di sé, in particolare per le comunità emarginate come la comunità LGBTQI+ e le donne.

Coltivare l’autocompassione permette agli individui di queste comunità di contrastare gli effetti negativi della discriminazione, dello stigma e delle pressioni della società, promuovendo un senso positivo di autostima e di appartenenza.

La comunità LGBTQI+ e le donne spesso affrontano sfide uniche, tra cui pregiudizi, omofobia o transfobia interiorizzate, sessismo e violenza di genere, che richiedono una forte base di autocompassione per navigare e superare questi ostacoli.

L’autocompassione funge da potente antidoto alla vergogna e all’autocolpevolizzazione che possono derivare dai pregiudizi della società, fornendo alle persone il sostegno emotivo e la comprensione di cui hanno bisogno per guarire e prosperare.

I benefici

Praticando l’autocompassione, i membri di queste comunità possono sfidare le narrazioni interiorizzate che possono contribuire al dubbio su di sé o al senso di inadeguatezza, favorendo un maggiore senso di accettazione e amore.

L’autocompassione offre un rifugio dalla costante pressione a conformarsi alle norme sociali, consentendo agli individui di queste comunità di abbracciare il proprio sé autentico, celebrare la propria unicità e promuovere un rapporto positivo con se stessi.

La pratica dell’autocompassione riconosce e convalida le lotte affrontate dalla comunità LGBTQI+ e dalle donne, offrendo una lente attraverso la quale possono vedere le loro esperienze e rispondere alle sfide con gentilezza e comprensione nei propri confronti.

L’autocompassione promuove il benessere mentale incoraggiando le persone a dare priorità alla cura di sé, a stabilire dei limiti e a impegnarsi in un discorso positivo su di sé, costruendo così la resilienza e migliorando la salute psicologica generale.

Le sfide future

Enfatizzare l’autocompassione all’interno di queste comunità non solo sostiene il benessere individuale, ma contribuisce anche a una cultura collettiva di compassione, empatia e sostegno, favorendo un più forte senso di comunità e interconnessione. Riconoscere l’importanza dell’autocompassione nella vita delle donne e delle persone LGBTQI+ è fondamentale per creare spazi inclusivi che onorino le loro esperienze uniche e ne promuovano il benessere.

Cura di sé: perché è così importante donne e LGBTQI+?

La cura di sé gioca un ruolo fondamentale nel mantenimento del benessere individuale e la sua importanza diventa ancora più marcata quando si fa parte di una minoranza, come possono essere la comunità LGBTQI+ e le donne. Quando parliamo di “cura di sé” ci riferiamo a una serie di comportamenti e atteggiamenti che permettono all’individuo di priorizzare la propria salute fisica, mentale ed emotiva.

Nelle prossime settimane vorrei provare ad affrontare il tema della cura di sé nelle varie sfaccettature che possono applicarsi alla comunità LGBTQI+ e alle donne, attraverso una serie di articoli che andranno ad approfondire il tema, in modo da poterlo sviscerare al meglio senza banalizzarlo né appesantirlo. Un equilibrio precario, forse, sotto forma di piccola rubrica.

La cura di sé nella comunità LGBTQI+

Quando ci riferiamo alla comunità LGBTQI+ la cura di sé riveste un ruolo essenziale in quanto strumento essenziale per coltivare l’accettazione di sé in un mondo che non sempre accoglie la diversità. Prendersi cura di sé significa praticare autocompassione e amore per sé stessɜ, permettendo di affrontare le sfide che un mondo non-inclusivo pone sul proprio percorso. Permette di creare un terreno all’interno del quale coltivare il senso di appartenenza, comprendere al meglio la propria identità ma anche trovare la forza di far sentire la propria voce. La cura di sé diventa quindi strumento di resistenza, per sfidare le norme della società e promuovere l’auto-emancipazione, accettandosi in modo autentico.

La cura di sé nelle donne

Attuare strategie e comportamenti di cura di sé può essere, per le donne, un atto rivoluzionario. Le donne portano sulle loro spalle il peso delle aspettative sociali, dei molteplici ruoli che “devono” ricoprire nel corso della loro vita, numerosi dei quali sono legati al prendersi cura delle altre persone e non di sé stesse. Aver cura di sé, quindi, può essere una strategia per ricaricare le energie, rispondere ai propri bisogni, dare priorità a sé stesse e alla propria felicità. In questo modo si può ridurre il rischio di burnout, aumentando l’equilibrio fra il proprio benessere individuale e la valutazione delle richieste sociali. Prendersi cura di sé significa mettere al centro le proprie necessità, individuando anche quali ruoli si vogliono coprire nel corso della propria vita, quanto si vuole investire nel lavoro di cura, come rendere sé stesse priorità.

Per concludere

La comunità LGBTQI+ e le donne (ma non solo loro), affrontano quotidianamente sfide legate all’essere categorie marginalizzate e discriminate. La cura di sé diventa quindi un mezzo di autoconservazione, una forma di rivendicazione della propria identità. Attraverso la cura di sé si può sviluppare il senso di empowerment, rafforzando il benessere generale, attraverso la coltivazione di un’immagine di sé positiva, lo sviluppo della fiducia nelle proprie capacità e l’affermazione dei propri diritti e della propria identità.

Ricordare l’importanza del lavoro di cura permette la creazione di un senso di comunità, beneficiando i singoli individui ma anche contribuendo alla creazione di ambienti inclusivi e affermativi, che permettono e promuovono il benessere collettivo.

Caro, car*, car@, carə?

È ormai abbastanza diffuso, soprattutto sui social ed in quei contesti in cui si parla di parità, l’utilizzo dell’asterisco (in alcuni casi sostituito dalla chiocciola o dalla Schwa “ə”) come espediente per declinare i termini in modo egualitario fra entrambi i sessi.

L’italiano e le declinazioni di genere

La nostra lingua madre prevede l’utilizzo della declinazione per genere di pronomi, articoli e sostantivi. Non esiste un genere neutro e, al contrario di alcune lingue (come l’inglese) che hanno sostantivi declinati per genere (brother/sister) e sostantivi alternativi di genere neutro (sibling), nella lingua italiana, quando si parla per una collettività composta da uomini e donne, si utilizza il genere maschile.

Quindi l’asterisco è utilizzato per non inneggiare al sessismo?

In realtà, l’asterisco non riguarda la partecipazione di donne all’interno di un gruppo. Se volessimo essere paritari, anzi, dovremmo forse riferirci a quella collettività in base alla maggioranza presente. E quindi, in un gruppo di 6 uomini e 4 donne possiamo dire “buongiorno a tutti” ma in una situazione opposta potremmo dire “buongiorno a tutte”. Ed in una situazione di parità essere più coerenti con l’italiano e tornare a quel maschile che non ha nulla di “uomo” ma solamente di “collettivo”.

Eppure, qualcuno potrà aver notato che, nonostante i generi siano maschile e femminile, le parole utilizzate poco sopra sono state uomini e donne.

Questo perché un utilizzo dell’asterisco può essere proprio quello di slegarsi dal concetto binario maschio/femmina, in quanto esistono tutte quelle persone non binarie, ovvero le persone che non si identificano in nessun genere. Se voglio essere più inclusiva possibile ed includere nel mio pubblico anche le persone non binarie, utilizzerò l’asterisco

Utilizzare l’asterisco per mandare un messaggio

L’asterisco può avere funzione di far riflettere su un tema. Se ad esempio stiamo parlando di stupro e molestie, l’utilizzo dell’asterisco può aiutare il nostro lettore a ricordare che anche gli uomini possono esserne vittime (sebbene in numero statisticamente inferiore rispetto alle donne).

Il problema dell’asterisco non è il suo uso ma il suo abuso: quanto più verrà utilizzato senza lo scopo di mandare un messaggio, tanto più allontanerà le persone da una riflessione sulle potenzialità di questo piccolo segno di interpunzione. Se vogliamo rivolgerci nella globalità a uomini e donne possiamo imparare – è un esercizio complesso, all’inizio, ma diventa sempre più facile con l’allenamento – a ribaltare le frasi. Rivolgerci alle persone o sostantivare gli aggettivi in modo che non vengano declinati. Ma se utilizziamo asterisco e schwa possiamo farlo con consapevolezza, ricordando che non stiamo semplicemente includendo le donne nel nostro discorso ma le pluralità di genere. Può sembrare banale ma nelle categorie marginalizzate, sapere che la propria identità viene riconosciuta fa tutta la differenza del mondo.

Incel, i celibi involontari: uomini che odiano le donne?

Con il termine incel si autodefiniscono persone che affermano di non riuscire a trovare un compagno nonostante lo desiderino. Si tratta di un neologismo che ha origine dalla cultura del web.  Nasce dall’unione di due termini inglesi “involuntary” e “celibate”, traducibile in italiano con “celibe involontario”.

Gli incel, nonostante siano principalmente uomini eterosessuali, come riporta un articolo del Salon , sono una community formata da persone di qualsiasi genere ed orientamento sessuale.

Si tratta di un termine coniato nel 1997 da una studentessa canadese che creò un forum rivolto proprio ai celibi involontari ed utilizzò per loro il termine “incel”. La sua idea iniziale, nel coniare quel nome, era ben diversa da quella che è diventata oggi questa sub-cultura. Il sito originario era nato per essere un luogo amichevole, per chi aveva problemi nel creare relazioni.

La teoria LMS: Look, Money, Status

I gruppi incel riconoscono l’origine dei loro problemi nella teoria LMS, una sigla traducibile con “Bellezza, Denaro, Reputazione”. La teoria ipotizza che l’attrazione romantica/sessuale fra i sessi non deriverebbe da caratteristiche individuali quali affinità caratteriale, cultura, educazione, assertività.

Piuttosto, l’attrazione avrebbe origine da bellezza fisica, disponibilità di denaro e status sociale. Si tratta di una teoria che critica il senso del sentimento dell’amore, riducibile ad un puro evento chimico utile al proseguimento della specie.

Questa teoria critica la società occidentale attuale. In particolare, la liberazione sessuale che avrebbe avvantaggiato le donne a discapito della popolazione maschile, in quanto una società improntata sulla monogamia rendeva più equilibrata la sessualità.

Quali sono le conseguenze di questa sub-cultura?

All’interno del sito web Reddit era presente una comunità incel chiusa dal sito nel Novembre 2017 a causa di discorsi di incitazione all’odio, per questo motivo le comunità si spostarono su altre piattaforme più permissive.

Alcune notizie di cronaca riportano casi di uomini che hanno ucciso o compiuto attentati terroristici in tempi recenti in nome della loro ideologia incel. Ne è un esempio Scott Beierle, un uomo statunitense che il 2 novembre 2018 ha ucciso 2 persone e ne ha ferite 4 in una sparatoria in uno studio yoga, in Florida. L’uomo aveva pubblicato diversi video online in cui esprimeva la sua rabbia per non avere una ragazza e per i rifiuti continui subiti.

Per concludere

Il problema alla base della sub-cultura incel e della teoria LMS è riconducibile ad un pensiero tanto banale quanto spesso dimenticato.

La comunità incel colpevolizza i non-incel per problemi che non sono ascrivibili a loro. Mette in atto comportamenti misogini, omofobi e talvolta razzisti. Non si tratta di una sfumatura di maschilismo, in quanto gli incel disprezzano anche tutti gli altri uomini.

Attribuire la colpa di un evento ad altri (in questo caso alle persone che non scelgono gli incel come partner) è un meccanismo di spostamento della colpa. Lo stesso che fa sì che se una donna viene stuprata se l’è cercata. Lo stesso che se un uomo viene ucciso da una donna eh, però chissà che le faceva. Lo stesso, insomma, che mettiamo in atto ogni giorno, quotidianamente, quando il peso della realtà è troppo opprimente.

Sbagliare non ci rende brutte persone

Trovo necessario, dopo qualche articolo, scrivere qualcosa riguardo la possibilità di sbagliare che abbiamo, soprattutto quando si tratta di creare cultura.

È un discorso un po’ complicato, forse, perché cresciamo consapevoli che sbagliare è umano ma come si fa a capire, quando si parla di parità di genere, che stiamo sbagliando?

Io so di sbagliare, quando si tratta di femminismo.

E lo so perché, purtroppo, non sono ancora così esperta, così informata come vorrei. Ma aver utilizzato frasi sessiste in passato non mi impedisce di poter far notare a chi è con me che quello che sta dicendo è sessista.

Se nasciamo in una società che è patriarcale, che ci insegna che la donna cucina e pulisce casa, che l’uomo che ha tanti rapporti sessuali è un grande e che una donna che fa altrettanto è una poco di buono… come possiamo non sbagliare?

Come possiamo non dire alla nostra compagna, dopo una giornata stancante, “che c’è per cena?” anche se lei è tornata a casa insieme a noi, dopo aver lavorato come noi, se ci insegnano che le donne stanno in cucina? (Anche se poi gli chef stellati sono per la maggior parte uomini, ‘sto soffitto di cristallo…)

So di sbagliare ma non per questo ho intenzione di auto-flagellarmi.

Una volta aperti gli occhi, una volta capito dove la società manda messaggi sessisti, inizieremo a stare attenti a quanto diciamo. Ogni tanto capiterà di sbagliare, ovviamente. Ma quando capirete che non fare la femminuccia è una frase sessista e smetterete di dirlo (insieme a tante altre frasi come sei nervosa, hai il ciclo?) scatterà un’altra cosa. Inizierete a dire alle persone intorno a voi di non farlo.

E a quel punto le reazioni saranno diverse. Qualcuno capirà che sì, avete ragione. Qualcun altro vi dirà che siete sempre pesanti. Altri ancora vi chiederanno se dovete sempre fare i femministi.

Non sono perfetta, nessuno di noi lo è, ma saperlo e saper riconoscere i propri errori è il primo passo per porre attenzione. Quindi sì, a mio avviso, sbagliare va bene, se ci aiuta a migliorare.

Aver presenti i nostri errori ci permette di crescere, di poterci confrontare con noi stessi. Perché spesso siamo noi i nostri peggiori giudici ed è così che possiamo migliorare.

Sbagliare deve essere il trampolino per il miglioramento.

Sapere che sbagliare è umano non deve, quindi, essere una scusa per perdonare tutti i nostri errori ma, piuttosto, essere il nostro punto di riferimento per poter crescere.

Se, invece, i nostri errori sono qualcosa che capita, qualcosa sul quale non riflettiamo, allora sarà anche inutile averli commessi.

Sbagliare non definisce chi siamo, ma conta. Conta perché ci permette di renderci conto dell’errore. Conta perché fa sì che ci venga voglia di non farle più.

E per citare un bellissimo (a mio avviso) articolo di Lorenzo Gasparrini:

La prima volta che sei stato o stata sessista non conta; conta l’ultima, e che sia sempre più lontana.

Giulia, sì. Ma chi sono?

Psicologa, scout, femminista intersezionale… e?

Ho sempre detestato le pagine di presentazione. Oltre a dire il mio nome (Giulia) non riesco mai a definirmi. Questa cosa di difendere l’utilizzo delle etichette a tutti i costi ma di non saperle poi applicare su me stessa mi fa molto ridere, devo dire.

In realtà poi, “Giulia” è tutto e niente. Non mi piace usare la parola “‘multi potenziale” per definire i miei mille interessi. Piuttosto lo prendo come un continuo spostamento della mia attenzione da un problema a un hobby, mettiamola così.

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Giulia, Psicologa

Foto personale

Mi sono iscritta a Psicologia un po’ per caso, un po’ perché nessuno mette Baby in un angolo e se non entro fra gli studenti con la prima graduatoria significa che, hei, devi volermi, non puoi, facoltà di medicina e psicologia, pensare che andrò davvero a fare scienze politiche.

Fresca di diploma, avevo scelto Scienze Politiche puntando a un master di secondo livello in sicurezza internazionale e criminologia. Credo che alla fine gli aspetti di legalità siano davvero sempre stati parte di me.

Fra le varie possibilità che avevo, oltre Scienze Politiche, di entrare a quel master c’erano: psicologia, economia, giurisprudenza. Ora. Come dice Venditti la matematica non sarà mai il mio mestiere o, come piace dire a Pierluca Mariti (e a tutti noi come lui) ho fatto il classico. Economia era quindi esclusa (ho scoperto solo poi che la matematica in economia forse potevo affrontarla). Giurisprudenza esclusa, già faccio (e facevo) l’avvocato delle cause perse senza laurea, figurarsi se valeva la pena studiare per poi non sapersi difendere.

Quindi, psicologia.

Triennale in salute e magistrale in psicologia applicata ai contesti giuridico-forensi, decido di formarmi sulla violenza di genere. Mi appassiono alla ricerca e due anni dopo la laurea riesco a entrare al dottorato di psicologia e scienza cognitiva. Inizio a formarmi su presa di decisione e violenza fra partner per poi allargare il mio campo di indagine alla violenza di genere in senso più ampio, seguendo un corso di formazione presso la London School of Hygiene and Tropical Medicine.

Da dove nasce questo interesse per la violenza di genere? Beh…

Giulia, femminista intersezionale

Ho scoperto il significato di femminismo “vero” da una decina di anni circa. Sono sempre stata femminista ma non mi riconoscevo come tale perché non ne conoscevo le istanze.

L’idea di un femminismo che non escludesse gli uomini, per esempio, non mi era chiara. Femminismo era l’opposto di maschilismo e nessun estremo va bene. È stato grazie a Irene Facheris e al suo parità in pillole che ho conosciuto il significato del termine e in che modo si pone in opposizione al maschilismo.

Poi, più mi addentravo nello studio della violenza basata sul genere e sulle istanze del femminismo, più mi accorgevo degli strati che permeano il nostro tessuto sociale. L’idea che siamo parte di una relazione e parte di un privilegio.

Tutti gli insiemi con le intersezioni studiati alle elementari acquisivano un senso. È come essere uno, nessuno e centomila ma non (solo) a livello identitario, piuttosto sociale. Realizzare che “Giulia” è svantaggiata come donna, ma privilegiata in quanto bianca, per esempio.

E allora quella parola intersezionale ha iniziato a indicare una complessità ma anche un modo di ragionare, con l’obiettivo di quegli spazi sicuri che non escludano nessuno con la consapevolezza di una realtà sociale in cambiamento. Con la tranquillità dell’errore perché avere uno sguardo che consideri ogni minimo insieme è difficile ma vale la pena lo sforzo.

Scout

Dicono che scout una volta, scout per sempre e non potrei essere più d’accordo. Dello scoutismo qui non troverete molto, non racconterò attività o eventi. Ma ne troverete l’approccio, praticamente ovunque.

È a scout che ho imparato la pianificazione e il lavoro per obiettivi. Che ho imparato a disegnare la mia vita secondo un progetto.

Dicono che lo scoutismo non è un hobby e non posso che essere d’accordo: lo scoutismo è un percorso che a diversi livelli può segnare il modo in cui vedi la vita. Il presente, il futuro. Ti permette di disegnare ciò che vuoi ottenere seguendo dei valori di umanità e attenzione verso l’esterno che non è facile trovare in altri contesti.

Ad oggi sono capo reparto femminile, sono circondata da ragazze che stanno crescendo e imparando il dialogo e delle quali non potrei essere più fiera.

Giulia.

Queste sono le etichette che più mi definiscono ma poi oltre c’è così tanto. C’è aspirante scrittrice, c’è professoressa, c’è giocatrice di ruolo. C’è figlia, fidanzata, negata per gli sport. C’è gattara. C’è che mi piace ricamare, suonare la chitarra, disegnare, pianificare con il bullet journal. E che tutte queste cose non le so fare bene, le tento ancora e ancora finché mi rilassano ma mi aiutano a capire cosa mi piace fare e cosa invece posso migliorare. Cosa mi fa stare bene oggi e potrebbe non andare bene domani. C’è la sfida ai miei limiti, quelli reali e quelli che mi impongo per paura.

Un bel casino nella mia testa e nella mia vita, ma è anche questo che la rende interessante.

E tu? Hai etichette che ti definiscono?

Parliamo di… Gaslighting.

La traduzione italiana più utilizzata per il termine gaslighting è manipolazione maligna. Si tratta di una forma di violenza psicologica che porta la vittima a dubitare di sé stessa. Il termine deriva dalla cultura mediatica: “Gaslight” è un’opera teatrale del 1938, divenuta poi adattamento cinematografico (in Italia tradotto come “Angoscia”).

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La storia racconta di un uomo che cerca di portare la moglie alla pazzia, attraverso la modifica di alcune condizioni ambientali nella loro casa: quando la moglie si accorge dei cambiamenti, lui insiste nell’affermare che la donna è in errore e che quegli elementi sono sempre stati così come erano, dicendole dunque che si sta sbagliando o che si inventa le cose.

Il gaslighting consiste nell’istillare il dubbio nella vittima attraverso bugie convincenti e credibili all’occhio di persone esterne, al punto da diventare convincenti e credibili anche per le vittime che iniziano a dubitare della propria percezione. Le motivazioni per cui la vittima può interiorizzare le menzogne del perpetratore al punto di dubitare di sé stessa sono molteplici ma in tutti i casi sono accomunate dalla prolungata esposizione al comportamento di gaslighting.

Si tratta di una forma di micro-aggressione secondaria, ovvero una forma di discriminazione che viene vissuta generalmente dalle minoranze etniche, dalle donne, dalle persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+, dalle minoranze religiose, dalle persone con disabilità fisica o psicologica. Rientra, per le sue caratteristiche, in una forma ben definita di victim blaming ed è stato evidenziato come sia incluso all’interno di un sistema più ampio di disuguaglianze sociali.

Come fenomeno è stato inizialmente e principalmente studiato all’interno delle relazioni romantiche eterosessuali, con la donna vittima del partner uomo, ma negli ultimi anni si è evidenziato come sia un comportamento svalutante messo in atto all’interno di molte tipologie di relazioni asimmetriche, ovvero tutte quelle relazioni che prevedono l’interazione fra una persona (o più persone) dominante socialmente (per esempio, una persona bianca e una persona nera). Si tratta di una forma di micro-aggressione utile a mantenere il potere all’interno delle relazioni asimmetriche e, più in generale secondo la sociologia e la psicologia sociale, all’interno di strutture di potere (il suprematismo bianco, l’eteronormatività, la transfobia e le strutture patriarcali). Secondo la ricerca, per rendere più effettivo il gaslighting

Alcuni esempi di gaslighting all’interno delle relazioni[1]

Susie dice al suo fidanzato Brad che non le piace il modo in cui lui ha criticato pubblicamente e ad alta voce la sua ricetta dell’insalata di cavolo durante una festa.

Brad risponde: “Non so di cosa tu stia parlando. Stavo solo dicendo che ci vuole un po’ più di sale. E, comunque, nessun altro mi ha sentito. Ti stai immaginando tutto.

Susie pensa: Forse ho sentito male quello che ha detto. A dire il vero, sono un po’ suscettibile quando si tratta di cucinare. Forse dovrei lavorarci su.

Bobby dice a sua moglie Cathy di essersi sentito in imbarazzo quando lei ha raccontato ai loro amici che da bambino aveva fatto la pipì a letto.

Cathy risponde: Non ti metterei mai in imbarazzo. Mi stai accusando di averti messo in imbarazzo? Perché è nella tua testa.

Bobby pensa: Cathy ha ragione. Voglio dire, è mia moglie! Non mi metterebbe mai in imbarazzo di proposito, giusto? Inoltre, sono nostri buoni amici. Forse non dovrei sentirmi in imbarazzo.

Lucy dice alla sua compagna Maddie di essersi sentita ferita quando Maddie ha flirtato apertamente con la loro cameriera.

Maddie risponde: Di cosa stai parlando? Sono solo amichevole. Forse sei tu che stai flirtando e stai cercando di proiettare il tuo senso di colpa su di me.

Lucy pensa: Perché devo essere così gelosa e insicura? Maddie è solo gentile con un’estranea. Dovrei essere grata di avere una ragazza così fedele.


[1] Da Rodman (2017, November 4). https://www.huffpost.com/entry/gaslighting-its-really-a-thing_b_59fdabb4e4b076eaaae26fd2


Alcune frasi che potrebbero essere segnali di gaslighting

“Stavo solo scherzando con te. Non capisco perché ti arrabbi tanto”.

“Sei l’unica che pensa che io sia cattiva. La gente mi ama”.

“Non so perché pensi che D. sia tuo amico. Non è quello che dice agli altri”.

“Hai avuto quella promozione al lavoro solo perché il tuo capo era dispiaciuto per te. Lo sanno tutti”.

“Perché non ti rilassi un po’? Anche i bambini non vogliono starti vicino”.

“Non ho mai detto niente di simile. Forse hai bisogno di controllare l’udito”.

“So che pensi di essere una brava persona, ma non lo sei”.

Le conseguenze psicologiche del gaslighting

Il gaslighting ha conseguenze diversissime a seconda della vittima, ma per via della prolungata esposizione a questi comportamenti, alcune di queste possono essere piuttosto gravi.

Svalutazione: la vittima inizierà a sentirsi priva di valore e a dipendere da chi mette in atto comportamenti di gaslighting.

Stati confusionali: l’incapacità nel riconoscere la verità percepita dalla verità fornita dall’aggressore porta a percepirsi confusa e in dubbio.

Vergogna: a seguito di frasi e comportamenti di svalutazione di sé e delle proprie emozioni, esternare i propri pensieri e i propri stati d’animo diventerà per la vittima sempre più complesso.

Dipendenza: l’aggressore diventerà il superiore, idealizzato al punto tale da essere visto come un salvatore.

Stanchezza: la vittima inizierà a sentirsi priva di motivazione e forza, a livello fisico e mentale.

E tu? Sei mai statǝ vittima o hai mai assistito a episodi di gaslighting?

Se ti va, parliamone nei commenti!


Bibliografia parziale

Calef, V., & Weinshel, E. M. (1981). Some clinical consequences of introjection: Gaslighting. The Psychoanalytic Quarterly50(1), 44-66.

Gass, G. Z., & Nichols, W. C. (1988). Gaslighting: A marital syndrome. Contemporary Family Therapy10(1), 3-16.

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spazi sicuri

Perché “Spazi Sicuri”

Ovvero: perché credere che partire con un sito web personale potesse essere una buona idea.

Ciao, a te che leggi. Ti direi “Benvenuto” ma qui è giusto anche fare le opportune premesse. Al contrario di ciò che vorrebbe la Crusca a me il maschile universale proprio non va giù.

Sarà che sono donna, sarà che a me la scoperta e la costruzione del linguaggio come argomento di studio piacciono, sarà che comunque, sempre e in ogni modo sono abituata a essere quella rompiscatole.

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