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Cura di sé: perché è così importante donne e LGBTQI+?

La cura di sé gioca un ruolo fondamentale nel mantenimento del benessere individuale e la sua importanza diventa ancora più marcata quando si fa parte di una minoranza, come possono essere la comunità LGBTQI+ e le donne. Quando parliamo di “cura di sé” ci riferiamo a una serie di comportamenti e atteggiamenti che permettono all’individuo di priorizzare la propria salute fisica, mentale ed emotiva.

Nelle prossime settimane vorrei provare ad affrontare il tema della cura di sé nelle varie sfaccettature che possono applicarsi alla comunità LGBTQI+ e alle donne, attraverso una serie di articoli che andranno ad approfondire il tema, in modo da poterlo sviscerare al meglio senza banalizzarlo né appesantirlo. Un equilibrio precario, forse, sotto forma di piccola rubrica.

La cura di sé nella comunità LGBTQI+

Quando ci riferiamo alla comunità LGBTQI+ la cura di sé riveste un ruolo essenziale in quanto strumento essenziale per coltivare l’accettazione di sé in un mondo che non sempre accoglie la diversità. Prendersi cura di sé significa praticare autocompassione e amore per sé stessɜ, permettendo di affrontare le sfide che un mondo non-inclusivo pone sul proprio percorso. Permette di creare un terreno all’interno del quale coltivare il senso di appartenenza, comprendere al meglio la propria identità ma anche trovare la forza di far sentire la propria voce. La cura di sé diventa quindi strumento di resistenza, per sfidare le norme della società e promuovere l’auto-emancipazione, accettandosi in modo autentico.

La cura di sé nelle donne

Attuare strategie e comportamenti di cura di sé può essere, per le donne, un atto rivoluzionario. Le donne portano sulle loro spalle il peso delle aspettative sociali, dei molteplici ruoli che “devono” ricoprire nel corso della loro vita, numerosi dei quali sono legati al prendersi cura delle altre persone e non di sé stesse. Aver cura di sé, quindi, può essere una strategia per ricaricare le energie, rispondere ai propri bisogni, dare priorità a sé stesse e alla propria felicità. In questo modo si può ridurre il rischio di burnout, aumentando l’equilibrio fra il proprio benessere individuale e la valutazione delle richieste sociali. Prendersi cura di sé significa mettere al centro le proprie necessità, individuando anche quali ruoli si vogliono coprire nel corso della propria vita, quanto si vuole investire nel lavoro di cura, come rendere sé stesse priorità.

Per concludere

La comunità LGBTQI+ e le donne (ma non solo loro), affrontano quotidianamente sfide legate all’essere categorie marginalizzate e discriminate. La cura di sé diventa quindi un mezzo di autoconservazione, una forma di rivendicazione della propria identità. Attraverso la cura di sé si può sviluppare il senso di empowerment, rafforzando il benessere generale, attraverso la coltivazione di un’immagine di sé positiva, lo sviluppo della fiducia nelle proprie capacità e l’affermazione dei propri diritti e della propria identità.

Ricordare l’importanza del lavoro di cura permette la creazione di un senso di comunità, beneficiando i singoli individui ma anche contribuendo alla creazione di ambienti inclusivi e affermativi, che permettono e promuovono il benessere collettivo.

Caro, car*, car@, carə?

È ormai abbastanza diffuso, soprattutto sui social ed in quei contesti in cui si parla di parità, l’utilizzo dell’asterisco (in alcuni casi sostituito dalla chiocciola o dalla Schwa “ə”) come espediente per declinare i termini in modo egualitario fra entrambi i sessi.

L’italiano e le declinazioni di genere

La nostra lingua madre prevede l’utilizzo della declinazione per genere di pronomi, articoli e sostantivi. Non esiste un genere neutro e, al contrario di alcune lingue (come l’inglese) che hanno sostantivi declinati per genere (brother/sister) e sostantivi alternativi di genere neutro (sibling), nella lingua italiana, quando si parla per una collettività composta da uomini e donne, si utilizza il genere maschile.

Quindi l’asterisco è utilizzato per non inneggiare al sessismo?

In realtà, l’asterisco non riguarda la partecipazione di donne all’interno di un gruppo. Se volessimo essere paritari, anzi, dovremmo forse riferirci a quella collettività in base alla maggioranza presente. E quindi, in un gruppo di 6 uomini e 4 donne possiamo dire “buongiorno a tutti” ma in una situazione opposta potremmo dire “buongiorno a tutte”. Ed in una situazione di parità essere più coerenti con l’italiano e tornare a quel maschile che non ha nulla di “uomo” ma solamente di “collettivo”.

Eppure, qualcuno potrà aver notato che, nonostante i generi siano maschile e femminile, le parole utilizzate poco sopra sono state uomini e donne.

Questo perché un utilizzo dell’asterisco può essere proprio quello di slegarsi dal concetto binario maschio/femmina, in quanto esistono tutte quelle persone non binarie, ovvero le persone che non si identificano in nessun genere. Se voglio essere più inclusiva possibile ed includere nel mio pubblico anche le persone non binarie, utilizzerò l’asterisco

Utilizzare l’asterisco per mandare un messaggio

L’asterisco può avere funzione di far riflettere su un tema. Se ad esempio stiamo parlando di stupro e molestie, l’utilizzo dell’asterisco può aiutare il nostro lettore a ricordare che anche gli uomini possono esserne vittime (sebbene in numero statisticamente inferiore rispetto alle donne).

Il problema dell’asterisco non è il suo uso ma il suo abuso: quanto più verrà utilizzato senza lo scopo di mandare un messaggio, tanto più allontanerà le persone da una riflessione sulle potenzialità di questo piccolo segno di interpunzione. Se vogliamo rivolgerci nella globalità a uomini e donne possiamo imparare – è un esercizio complesso, all’inizio, ma diventa sempre più facile con l’allenamento – a ribaltare le frasi. Rivolgerci alle persone o sostantivare gli aggettivi in modo che non vengano declinati. Ma se utilizziamo asterisco e schwa possiamo farlo con consapevolezza, ricordando che non stiamo semplicemente includendo le donne nel nostro discorso ma le pluralità di genere. Può sembrare banale ma nelle categorie marginalizzate, sapere che la propria identità viene riconosciuta fa tutta la differenza del mondo.

Incel, i celibi involontari: uomini che odiano le donne?

Con il termine incel si autodefiniscono persone che affermano di non riuscire a trovare un compagno nonostante lo desiderino. Si tratta di un neologismo che ha origine dalla cultura del web.  Nasce dall’unione di due termini inglesi “involuntary” e “celibate”, traducibile in italiano con “celibe involontario”.

Gli incel, nonostante siano principalmente uomini eterosessuali, come riporta un articolo del Salon , sono una community formata da persone di qualsiasi genere ed orientamento sessuale.

Si tratta di un termine coniato nel 1997 da una studentessa canadese che creò un forum rivolto proprio ai celibi involontari ed utilizzò per loro il termine “incel”. La sua idea iniziale, nel coniare quel nome, era ben diversa da quella che è diventata oggi questa sub-cultura. Il sito originario era nato per essere un luogo amichevole, per chi aveva problemi nel creare relazioni.

La teoria LMS: Look, Money, Status

I gruppi incel riconoscono l’origine dei loro problemi nella teoria LMS, una sigla traducibile con “Bellezza, Denaro, Reputazione”. La teoria ipotizza che l’attrazione romantica/sessuale fra i sessi non deriverebbe da caratteristiche individuali quali affinità caratteriale, cultura, educazione, assertività.

Piuttosto, l’attrazione avrebbe origine da bellezza fisica, disponibilità di denaro e status sociale. Si tratta di una teoria che critica il senso del sentimento dell’amore, riducibile ad un puro evento chimico utile al proseguimento della specie.

Questa teoria critica la società occidentale attuale. In particolare, la liberazione sessuale che avrebbe avvantaggiato le donne a discapito della popolazione maschile, in quanto una società improntata sulla monogamia rendeva più equilibrata la sessualità.

Quali sono le conseguenze di questa sub-cultura?

All’interno del sito web Reddit era presente una comunità incel chiusa dal sito nel Novembre 2017 a causa di discorsi di incitazione all’odio, per questo motivo le comunità si spostarono su altre piattaforme più permissive.

Alcune notizie di cronaca riportano casi di uomini che hanno ucciso o compiuto attentati terroristici in tempi recenti in nome della loro ideologia incel. Ne è un esempio Scott Beierle, un uomo statunitense che il 2 novembre 2018 ha ucciso 2 persone e ne ha ferite 4 in una sparatoria in uno studio yoga, in Florida. L’uomo aveva pubblicato diversi video online in cui esprimeva la sua rabbia per non avere una ragazza e per i rifiuti continui subiti.

Per concludere

Il problema alla base della sub-cultura incel e della teoria LMS è riconducibile ad un pensiero tanto banale quanto spesso dimenticato.

La comunità incel colpevolizza i non-incel per problemi che non sono ascrivibili a loro. Mette in atto comportamenti misogini, omofobi e talvolta razzisti. Non si tratta di una sfumatura di maschilismo, in quanto gli incel disprezzano anche tutti gli altri uomini.

Attribuire la colpa di un evento ad altri (in questo caso alle persone che non scelgono gli incel come partner) è un meccanismo di spostamento della colpa. Lo stesso che fa sì che se una donna viene stuprata se l’è cercata. Lo stesso che se un uomo viene ucciso da una donna eh, però chissà che le faceva. Lo stesso, insomma, che mettiamo in atto ogni giorno, quotidianamente, quando il peso della realtà è troppo opprimente.

Sbagliare non ci rende brutte persone

Trovo necessario, dopo qualche articolo, scrivere qualcosa riguardo la possibilità di sbagliare che abbiamo, soprattutto quando si tratta di creare cultura.

È un discorso un po’ complicato, forse, perché cresciamo consapevoli che sbagliare è umano ma come si fa a capire, quando si parla di parità di genere, che stiamo sbagliando?

Io so di sbagliare, quando si tratta di femminismo.

E lo so perché, purtroppo, non sono ancora così esperta, così informata come vorrei. Ma aver utilizzato frasi sessiste in passato non mi impedisce di poter far notare a chi è con me che quello che sta dicendo è sessista.

Se nasciamo in una società che è patriarcale, che ci insegna che la donna cucina e pulisce casa, che l’uomo che ha tanti rapporti sessuali è un grande e che una donna che fa altrettanto è una poco di buono… come possiamo non sbagliare?

Come possiamo non dire alla nostra compagna, dopo una giornata stancante, “che c’è per cena?” anche se lei è tornata a casa insieme a noi, dopo aver lavorato come noi, se ci insegnano che le donne stanno in cucina? (Anche se poi gli chef stellati sono per la maggior parte uomini, ‘sto soffitto di cristallo…)

So di sbagliare ma non per questo ho intenzione di auto-flagellarmi.

Una volta aperti gli occhi, una volta capito dove la società manda messaggi sessisti, inizieremo a stare attenti a quanto diciamo. Ogni tanto capiterà di sbagliare, ovviamente. Ma quando capirete che non fare la femminuccia è una frase sessista e smetterete di dirlo (insieme a tante altre frasi come sei nervosa, hai il ciclo?) scatterà un’altra cosa. Inizierete a dire alle persone intorno a voi di non farlo.

E a quel punto le reazioni saranno diverse. Qualcuno capirà che sì, avete ragione. Qualcun altro vi dirà che siete sempre pesanti. Altri ancora vi chiederanno se dovete sempre fare i femministi.

Non sono perfetta, nessuno di noi lo è, ma saperlo e saper riconoscere i propri errori è il primo passo per porre attenzione. Quindi sì, a mio avviso, sbagliare va bene, se ci aiuta a migliorare.

Aver presenti i nostri errori ci permette di crescere, di poterci confrontare con noi stessi. Perché spesso siamo noi i nostri peggiori giudici ed è così che possiamo migliorare.

Sbagliare deve essere il trampolino per il miglioramento.

Sapere che sbagliare è umano non deve, quindi, essere una scusa per perdonare tutti i nostri errori ma, piuttosto, essere il nostro punto di riferimento per poter crescere.

Se, invece, i nostri errori sono qualcosa che capita, qualcosa sul quale non riflettiamo, allora sarà anche inutile averli commessi.

Sbagliare non definisce chi siamo, ma conta. Conta perché ci permette di renderci conto dell’errore. Conta perché fa sì che ci venga voglia di non farle più.

E per citare un bellissimo (a mio avviso) articolo di Lorenzo Gasparrini:

La prima volta che sei stato o stata sessista non conta; conta l’ultima, e che sia sempre più lontana.

Parliamo di… Gaslighting.

La traduzione italiana più utilizzata per il termine gaslighting è manipolazione maligna. Si tratta di una forma di violenza psicologica che porta la vittima a dubitare di sé stessa. Il termine deriva dalla cultura mediatica: “Gaslight” è un’opera teatrale del 1938, divenuta poi adattamento cinematografico (in Italia tradotto come “Angoscia”).

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La storia racconta di un uomo che cerca di portare la moglie alla pazzia, attraverso la modifica di alcune condizioni ambientali nella loro casa: quando la moglie si accorge dei cambiamenti, lui insiste nell’affermare che la donna è in errore e che quegli elementi sono sempre stati così come erano, dicendole dunque che si sta sbagliando o che si inventa le cose.

Il gaslighting consiste nell’istillare il dubbio nella vittima attraverso bugie convincenti e credibili all’occhio di persone esterne, al punto da diventare convincenti e credibili anche per le vittime che iniziano a dubitare della propria percezione. Le motivazioni per cui la vittima può interiorizzare le menzogne del perpetratore al punto di dubitare di sé stessa sono molteplici ma in tutti i casi sono accomunate dalla prolungata esposizione al comportamento di gaslighting.

Si tratta di una forma di micro-aggressione secondaria, ovvero una forma di discriminazione che viene vissuta generalmente dalle minoranze etniche, dalle donne, dalle persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+, dalle minoranze religiose, dalle persone con disabilità fisica o psicologica. Rientra, per le sue caratteristiche, in una forma ben definita di victim blaming ed è stato evidenziato come sia incluso all’interno di un sistema più ampio di disuguaglianze sociali.

Come fenomeno è stato inizialmente e principalmente studiato all’interno delle relazioni romantiche eterosessuali, con la donna vittima del partner uomo, ma negli ultimi anni si è evidenziato come sia un comportamento svalutante messo in atto all’interno di molte tipologie di relazioni asimmetriche, ovvero tutte quelle relazioni che prevedono l’interazione fra una persona (o più persone) dominante socialmente (per esempio, una persona bianca e una persona nera). Si tratta di una forma di micro-aggressione utile a mantenere il potere all’interno delle relazioni asimmetriche e, più in generale secondo la sociologia e la psicologia sociale, all’interno di strutture di potere (il suprematismo bianco, l’eteronormatività, la transfobia e le strutture patriarcali). Secondo la ricerca, per rendere più effettivo il gaslighting

Alcuni esempi di gaslighting all’interno delle relazioni[1]

Susie dice al suo fidanzato Brad che non le piace il modo in cui lui ha criticato pubblicamente e ad alta voce la sua ricetta dell’insalata di cavolo durante una festa.

Brad risponde: “Non so di cosa tu stia parlando. Stavo solo dicendo che ci vuole un po’ più di sale. E, comunque, nessun altro mi ha sentito. Ti stai immaginando tutto.

Susie pensa: Forse ho sentito male quello che ha detto. A dire il vero, sono un po’ suscettibile quando si tratta di cucinare. Forse dovrei lavorarci su.

Bobby dice a sua moglie Cathy di essersi sentito in imbarazzo quando lei ha raccontato ai loro amici che da bambino aveva fatto la pipì a letto.

Cathy risponde: Non ti metterei mai in imbarazzo. Mi stai accusando di averti messo in imbarazzo? Perché è nella tua testa.

Bobby pensa: Cathy ha ragione. Voglio dire, è mia moglie! Non mi metterebbe mai in imbarazzo di proposito, giusto? Inoltre, sono nostri buoni amici. Forse non dovrei sentirmi in imbarazzo.

Lucy dice alla sua compagna Maddie di essersi sentita ferita quando Maddie ha flirtato apertamente con la loro cameriera.

Maddie risponde: Di cosa stai parlando? Sono solo amichevole. Forse sei tu che stai flirtando e stai cercando di proiettare il tuo senso di colpa su di me.

Lucy pensa: Perché devo essere così gelosa e insicura? Maddie è solo gentile con un’estranea. Dovrei essere grata di avere una ragazza così fedele.


[1] Da Rodman (2017, November 4). https://www.huffpost.com/entry/gaslighting-its-really-a-thing_b_59fdabb4e4b076eaaae26fd2


Alcune frasi che potrebbero essere segnali di gaslighting

“Stavo solo scherzando con te. Non capisco perché ti arrabbi tanto”.

“Sei l’unica che pensa che io sia cattiva. La gente mi ama”.

“Non so perché pensi che D. sia tuo amico. Non è quello che dice agli altri”.

“Hai avuto quella promozione al lavoro solo perché il tuo capo era dispiaciuto per te. Lo sanno tutti”.

“Perché non ti rilassi un po’? Anche i bambini non vogliono starti vicino”.

“Non ho mai detto niente di simile. Forse hai bisogno di controllare l’udito”.

“So che pensi di essere una brava persona, ma non lo sei”.

Le conseguenze psicologiche del gaslighting

Il gaslighting ha conseguenze diversissime a seconda della vittima, ma per via della prolungata esposizione a questi comportamenti, alcune di queste possono essere piuttosto gravi.

Svalutazione: la vittima inizierà a sentirsi priva di valore e a dipendere da chi mette in atto comportamenti di gaslighting.

Stati confusionali: l’incapacità nel riconoscere la verità percepita dalla verità fornita dall’aggressore porta a percepirsi confusa e in dubbio.

Vergogna: a seguito di frasi e comportamenti di svalutazione di sé e delle proprie emozioni, esternare i propri pensieri e i propri stati d’animo diventerà per la vittima sempre più complesso.

Dipendenza: l’aggressore diventerà il superiore, idealizzato al punto tale da essere visto come un salvatore.

Stanchezza: la vittima inizierà a sentirsi priva di motivazione e forza, a livello fisico e mentale.

E tu? Sei mai statǝ vittima o hai mai assistito a episodi di gaslighting?

Se ti va, parliamone nei commenti!


Bibliografia parziale

Calef, V., & Weinshel, E. M. (1981). Some clinical consequences of introjection: Gaslighting. The Psychoanalytic Quarterly50(1), 44-66.

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Johnson, V. E., Nadal, K. L., Sissoko, D. G., & King, R. (2021). “It’s not in your head”: Gaslighting,‘splaining, victim blaming, and other harmful reactions to microaggressions. Perspectives on psychological science16(5), 1024-1036.

Knapp, D. R. (2019). Fanning the Flames: Gaslighting as a Tactic of Psychological Abuse and Criminal Prosecution. Alb. L. Rev.83, 313.

Miano, P., Bellomare, M., & Genova, V. G. (2021). Personality correlates of gaslighting behaviours in young adults. Journal of Sexual Aggression27(3), 285-298.

Ruíz, E. (2020). Cultural gaslighting. Hypatia35(4), 687-713.

Stark, C. A. (2019). Gaslighting, misogyny, and psychological oppression. The monist102(2), 221-235.

Sweet, P. L. (2019). The sociology of gaslighting. American Sociological Review84(5), 851-875.

Tormoen, M. (2019). Gaslighting: How pathological labels can harm psychotherapy clients. Journal of Humanistic Psychology, 0022167819864258.