Psicologa, scout, femminista intersezionale… e?
Ho sempre detestato le pagine di presentazione. Oltre a dire il mio nome (Giulia) non riesco mai a definirmi. Questa cosa di difendere l’utilizzo delle etichette a tutti i costi ma di non saperle poi applicare su me stessa mi fa molto ridere, devo dire.
In realtà poi, “Giulia” è tutto e niente. Non mi piace usare la parola “‘multi potenziale” per definire i miei mille interessi. Piuttosto lo prendo come un continuo spostamento della mia attenzione da un problema a un hobby, mettiamola così.
Continua a leggere: Giulia, sì. Ma chi sono?Giulia, Psicologa

Mi sono iscritta a Psicologia un po’ per caso, un po’ perché nessuno mette Baby in un angolo e se non entro fra gli studenti con la prima graduatoria significa che, hei, devi volermi, non puoi, facoltà di medicina e psicologia, pensare che andrò davvero a fare scienze politiche.
Fresca di diploma, avevo scelto Scienze Politiche puntando a un master di secondo livello in sicurezza internazionale e criminologia. Credo che alla fine gli aspetti di legalità siano davvero sempre stati parte di me.
Fra le varie possibilità che avevo, oltre Scienze Politiche, di entrare a quel master c’erano: psicologia, economia, giurisprudenza. Ora. Come dice Venditti la matematica non sarà mai il mio mestiere o, come piace dire a Pierluca Mariti (e a tutti noi come lui) ho fatto il classico. Economia era quindi esclusa (ho scoperto solo poi che la matematica in economia forse potevo affrontarla). Giurisprudenza esclusa, già faccio (e facevo) l’avvocato delle cause perse senza laurea, figurarsi se valeva la pena studiare per poi non sapersi difendere.
Quindi, psicologia.
Triennale in salute e magistrale in psicologia applicata ai contesti giuridico-forensi, decido di formarmi sulla violenza di genere. Mi appassiono alla ricerca e due anni dopo la laurea riesco a entrare al dottorato di psicologia e scienza cognitiva. Inizio a formarmi su presa di decisione e violenza fra partner per poi allargare il mio campo di indagine alla violenza di genere in senso più ampio, seguendo un corso di formazione presso la London School of Hygiene and Tropical Medicine.
Da dove nasce questo interesse per la violenza di genere? Beh…
Giulia, femminista intersezionale
Ho scoperto il significato di femminismo “vero” da una decina di anni circa. Sono sempre stata femminista ma non mi riconoscevo come tale perché non ne conoscevo le istanze.
L’idea di un femminismo che non escludesse gli uomini, per esempio, non mi era chiara. Femminismo era l’opposto di maschilismo e nessun estremo va bene. È stato grazie a Irene Facheris e al suo parità in pillole che ho conosciuto il significato del termine e in che modo si pone in opposizione al maschilismo.
Poi, più mi addentravo nello studio della violenza basata sul genere e sulle istanze del femminismo, più mi accorgevo degli strati che permeano il nostro tessuto sociale. L’idea che siamo parte di una relazione e parte di un privilegio.
Tutti gli insiemi con le intersezioni studiati alle elementari acquisivano un senso. È come essere uno, nessuno e centomila ma non (solo) a livello identitario, piuttosto sociale. Realizzare che “Giulia” è svantaggiata come donna, ma privilegiata in quanto bianca, per esempio.
E allora quella parola intersezionale ha iniziato a indicare una complessità ma anche un modo di ragionare, con l’obiettivo di quegli spazi sicuri che non escludano nessuno con la consapevolezza di una realtà sociale in cambiamento. Con la tranquillità dell’errore perché avere uno sguardo che consideri ogni minimo insieme è difficile ma vale la pena lo sforzo.
Scout
Dicono che scout una volta, scout per sempre e non potrei essere più d’accordo. Dello scoutismo qui non troverete molto, non racconterò attività o eventi. Ma ne troverete l’approccio, praticamente ovunque.
È a scout che ho imparato la pianificazione e il lavoro per obiettivi. Che ho imparato a disegnare la mia vita secondo un progetto.
Dicono che lo scoutismo non è un hobby e non posso che essere d’accordo: lo scoutismo è un percorso che a diversi livelli può segnare il modo in cui vedi la vita. Il presente, il futuro. Ti permette di disegnare ciò che vuoi ottenere seguendo dei valori di umanità e attenzione verso l’esterno che non è facile trovare in altri contesti.
Ad oggi sono capo reparto femminile, sono circondata da ragazze che stanno crescendo e imparando il dialogo e delle quali non potrei essere più fiera.
Giulia.
Queste sono le etichette che più mi definiscono ma poi oltre c’è così tanto. C’è aspirante scrittrice, c’è professoressa, c’è giocatrice di ruolo. C’è figlia, fidanzata, negata per gli sport. C’è gattara. C’è che mi piace ricamare, suonare la chitarra, disegnare, pianificare con il bullet journal. E che tutte queste cose non le so fare bene, le tento ancora e ancora finché mi rilassano ma mi aiutano a capire cosa mi piace fare e cosa invece posso migliorare. Cosa mi fa stare bene oggi e potrebbe non andare bene domani. C’è la sfida ai miei limiti, quelli reali e quelli che mi impongo per paura.
Un bel casino nella mia testa e nella mia vita, ma è anche questo che la rende interessante.
E tu? Hai etichette che ti definiscono?